Da visitare

 

Montefeltro - Un weekend nella terra dei castelli

Viaggio al centro della terra - A Perticara, l'antica miniera di zolfo è ora un insolito museo

Torri di avvistamento nel santagatese

Pennabilli, un luogo fortunato

 

 

Un weekend nella terra dei castelli

Dalla rivista Medioevo di Gennaio 2003 abbiamo tratto questo bell’articolo di Francesco Pirani

 

 

CON PARTENZA DA SAN LEO, UNICA VERA CITTA' DEL MONTEFELTRO, ANDIAMO ALLA RISCOPERTA DI UNA REGIONE RICCA DI STORIA, CHE HA OFFERTO NEI SECOLI LO SCENARIO IDEALE ALLA PROLIFERAZIONE DI INSEDIAMENTI FORTIFICATI

 

Alla parola Montefeltro il pensiero corre immediatamente a Urbino e al suo splendido palazzo rinascimentale, testimonianza della raffinata stagione artistica fiorita nel XV secolo alla corte del duca Federico.

Ma in realtà basta guardare la carta geografica per scoprire che Urbino non si trova affatto nel Montefeltro, mentre appartengono a questa regione il lembo settentrionale dell'entroterra marchigiano, una piccola parte della Toscana orientale e l'intero territorio della Repubblica di San Marino.

Uno scorcio del panorama del Montefeltro

che si gode dalla rocca di S.Leo

 

 

 

Proprio nel cuore del Montefeltro storico si snoda il nostro suggestivo itinerario alla scoperta di borghi medievali, castelli e fortificazioni rinascimentali, conventi e pievi rurali. Il tutto immerso in un paesaggio naturale, quello compreso fra le valli del Marecchia e del Foglia, contrassegnato da una forte individualità' morfologica: dalla parte degli Appennini si stagliano inconfondibili all'orizzonte le cime del Monte Carpegna, del Sasso Simone e Simoncello, mentre nell'area alto-collinare ampie valli ricoperte da fitti boschi sono interrotte da picchi aspri e improvvisi, costellati di insediamenti storici.

"Terra di castelli" venne detta sin dall'Alto Medioevo quest'area geografica di cerniera tra la regione adriatica l'Italia centrooccidentale.

In effetti la conformazione orografica del Montefeltro ha offerto nei secoli uno scenario ideale per la proliferazione di insediamenti fortificati, così come per l'affermarsi e il consolidarsi di molte piccole comunità dotate di ampie autonomie locali.

UN ARCIPELAGO DI MICROCITTA’

Il Montefeltro può essere infatti definito a giusto titolo come un arcipelago di "'microcittà", fatto di tanti centri minori mai completamente assoggettati agli Stati territoriali che nei secoli si sono affacciati su questo territorio, dal Ducato d'Urbino alla Repubblica fiorentina.

Comunità tenaci e stirpi signorili ben radicate hanno ordito con la loro fitta presenza e le incessanti lotte la trama delle vicende storiche di questa regione. E se di ininterrotte guerre per l'egemonia è fatta la storia del Montefeltro non stupisce che tra gli aspetti di maggior interesse turistico siano da annoverare castelli, rocche e fortificazioni, molti dei quali portano un marchio architettonico inconfondibile, quello di Francesco di Giorgio Martini, il più celebre architetto militare del Rinascimentoi Italiano.

Il percorso che proponiamo si snoda lungo strade secondarie collegate alla direttrice.SS 258 Rimini-SanSepolcro: le vie panoramiche; dal tracciato a volte un pò tortuoso, richiedono pertanto tempi di percorrenza un pò superiori a quanto le ridotte distanze chilometriche farebbero supporre.

La durata di un weekend è quanto il nostro viaggio richiede per apprezzare i principali aspetti storico artistici proposti, ma si può considerare la possibilità di dedicare altro tempo per esplorare le notevoli bellezze naturalistiche - una per tutte, il Parco regionale del Sasso Simone e Simoncello -e per praticare alcune fra le numerose attività che le ottime strutture turistiche consentono di organizzare:sport invernali, trekking a cavallo, mountain bike su percorsi appositamente predisposti, cicloturismo.

Iniziamo la visita dall'unica città degna di questo titolo nel Montefeltro, San Leo, che si erge su un alto sperone roccioso con le pareti a strapiombo sulla valle del Marecchia.

 

COME IL MONTE DEL PURGATORIO

 

Per chi proviene dai dolci declivi degradanti verso la costa adriatica, quell'enorme masso calcareo osservato dal basso assicura una vista mozzafiato: si può comprendere dunque facilmente perché Dante nella Commedia ne utilizzi l’immagine per descrivere le aspre balze del monte del Purgatorio. Il piccolo centro abitato di San Leo, rimasto intatto dall'epoca medievale, si stringe attorno alla pieve romanica, uno dei più antichi edifici religiosi della regione, innalzata in età carolingia e poi reimpostata nel secolo XI su pianta basilicale: la muratura esterna, in conci d'arenaria e pietra calcarea, è scandita nei fianchi da lesene e completata da tre absidi decorate di archetti pensili; l'interno, a impianto longitudinale su tre navate, presenta un presbiterio rialzato sulla cripta e conserva nell'incavo dell'abside centrale un prezioso ciborio altomedievale.

Accanto alla pieve si ergono, saldamente ancorate alla protuberanza del masso roccioso, la cattedrale romanica e più oltre, isolata, la torre campanaria.

La chiesa, a croce latina, che ha origini altomedievali ma venne portata a termine tra la fine del XII secolo e l'inizio del successivo, offre al visitatore un'esemplare testimonianza di architettura romanico-lombarda. La semplicità dell'esterno, in arenaria di colore ocra, si armonizza con la severità dell'interno, in pietra grigia.

 

La rocca di S.Leo

 

 

LA PRIGIONE DI CAGLIOSTRO

 

Documenta la ricca vicenda artistica di San Leo l'interessante Museo d'Arte Sacra, recentemente costituito nel Palazzo mediceo, un elegante edificio di impianto squisitamente rinascimentale realizzato ai primi del Cinquecento per ospitare il governatore della Repubblica fiorentina, cui la città era stata allora assoggettata.

Ma la costruzione più suggestiva della città, sintesi mirabile tra arte e natura, è senza dubbio la splendida fortezza che domina l'abitato dall'alto della rupe inaccessibile. Le sue poderose mura, testimoni di numerosi scontri militari, potrebbero raccontare molte storie: quella dell'ultimo re d'Italia, Berengario Il, stretto in un lungo assedio dall'imperatore Ottone I nel 963, quella del giovane Federico di Montefeltro, duca di Urbino, protagonista di un'ardita scalata nel 1441, quella del conte di Cagliostro, enigmatico cultore di scienze esoteriche dell'età dei Lumi, che morì in un'angusta prigione del castello dopo quattro anni di internamento. La forma attuale del maestoso forte si deve all'intervento di Federico da Montefeltro, il quale fece trasformare l'antica costruzione medievale in una delle più spettacolari fortificazioni rinascimentali affidando i lavori a un grande architetto, Francesco di Giorgio Martini.

Per rendere l'edificio inespugnabile e idoneo alle nuove esigenze di guerra maturate dopo l'introduzione delle armi da fuoco, l'artista senese ridisegnò ex novo l'impianto del forte, prevedendo nella realizzazione del progetto una doppia cortina tesa fra torrioni circolari forgiati da beccatelli e facendo erigere un grande rivellino verso sud, al di sotto del quale venne innalzata una casamatta. Il suo intervento si rivelò efficace a giudizio unanime: Pietro Bembo, ai primi del Cinquecento, definì infatti il forte un «mirabile arnese di guerra».

 

ROCCA FREGOSO

 

La firma stilistica di Francesco di Giorgio Martini è impressa anche nella Rocca Fregoso di Sant' Agata Feltria, anch'essa sospesa a strapiombo su un enorme masso roccioso, ma ubicata sull'opposto versante della Val Marecchia.

 

 

Qui l'intervento dell'architetto senese, sollecitato sempre dal duca d'Urbino, aveva lo scopo di trasformare un vecchio baluardo difensivo in un'accogliente dimora fortificata destinata a una delle figlie di Federico, andata in sposa al nobile genovese Agostino Fregoso, di cui la rocca conserva ancor oggi il nome. Venne così realizzata una struttura difensiva imponente verso l'esterno ma elegante al suo interno: l'edificio racchiude infatti una cappella affrescata, stanze coperte da bei soffitti a cassettoni e ornate da monumentali camini rinascimentali sullo stile del palazzo di Urbino.

La rocca quattrocentesca si presenta oggi mutila del mastio maggiore, mentre è ben conservato il torrioncino al!'interno del quale si trova la : cappella esagonale.

Tornando da Sant'Agata verso la valle si incontra il minuscolo centro abitato di Petrella Guidi, uno dei nuclei fortificati meglio conservati del Montefeltro.

Dall'alto si può godere della vista del girone delle case a schiera che salgono a cerchio verso la sommità: qui sorge ancora l'antica chiesa e si ergono le mura superstiti della rocca, affiancata da una possente, e massiccia torre.

 

PENNA E BILLI

 

Lungo il fiume Marecchia le austere forme romaniche della pieve di S. Pietro in Messa, eretta nel XII secolo in un punto strategico per la viabilità della vallata, segnalano la svolta per raggiungere Pennabilli, il più importante centro dell'alta valle.

La cittadina ricorda perfino nel nome, oltre che nella sua struttura urbana, il periodo delle aspre lotte che la insanguinarono per lungo tempo: si compone infatti di due nuclei distinti, Penna e Billi, sottoposti all'autorità di signori nemici ma talmente vicini fra loro, che le battaglie venivano combattute scagliando le frecce dall'alto delle rispettive mura.

La piazza del paese, dominata dalle rupi dei due abitati, nacque come simbolo di pace e punto di incontro allorché i due nuclei si strinsero in alleanza, non prima della metà del XIV secolo. Ancora oggi appare ben leggibile nell'impianto urbano l'identità del borgo di Penna,con il suo reticolo di vie ortogonali sovrastato dai ruderi dell'antica fortificazione, e del castello di Billi, cui si accede attraverso una piccola porta originariamente dotata di ponte levatoio.

Pennabilli conserva oggi intatta l'atmosfera medievale delle sue viuzze strette, delle cortine murarie, delle porte d'accesso che aprono pittoresche prospettive e angoli da scoprire.

Ad accrescere il fascino del luogo contribuiscono gli originali allestimenti realizzati in tutto il centro urbano dall'inventiva poetica di Tonino Guerra: è sufficiente citare il nome di alcuni spazi di questo singolare museo diffuso - l'Orto dei Frutti Dimenticati, il Giardino Pietrificato, il Santuario dei Pensieri - per evocarne la suggestione.

 

I PROSCIUTTI DI CARPEGNA

 

Da Pennabilli, attraverso una tortuosa strada in ripida salita, si raggiunge in breve il valico che separa la valle del Marecchia da quella del Foglia e dei suoi affluenti: qui si scorgono, al di sopra dei fitti boschi, le caratteristiche conformazioni del Sasso Simone e Simoncello da un Iato e dall'altro la poderosa mole del monte Carpegna (m 1415).

Alle pendici di quest'ultimo si sviluppa a mezzogiorno l'omonimo centro abitato, oggi attrezzato centro turistico, famoso fin dal XVII secolo per i suoi squisiti prosciutti di montagna. La storia di questo centro è strettamente legata alle vicende dei conti di Carpegna, che in questa area seppero radicare il loro potere per molti secoli, mantenendo vivo il proprio prestigio dal XII secolo fino a tutta l'età moderna.

Il maestoso palazzo dei principi di Carpegna, realizzato alla fine del XVII secolo, venne a soppiantare le ruvide architetture dell'antica dimora medievale ispirandosi alle ville fortificate del Rinascimento fiorentino: una rapida visita non può trascurare l'ampio salone d'ingresso, le scuderie -sede di esposizioni temporanee -, le stalle e le cucine dai grandissimi forni a legna.

Uscendo dal paese si incontra la pieve romanica di S. Giovanni Battista, perfettamente conservata, testimone del ruolo propulsore che rivestì nel pieno Medioevo l'istituzione plebana nelle vicende insediative di quest'area geografica.

 

 

Uno scorcio della pieve romanica di S.Giovanni Battista

 

 

UN VASCELLO DI PIETRA

 

Ripresa la marcia in direzione di Sassocorvaro, si intravede prima, immerso tra fitti boschi, il mastio della rocca trecentesca di Pietrarubbia e si scorge poi in alto il castello di Macerata Feltria, un suggestivo borgo murato che conserva intatto il suo impianto urbanistico medievale: qui si può fare una breve sosta per ammirare l'austero palazzo del podestà con il suo bel portale gotico in arenaria.

A Sassocorvaro incontriamo nuovamente il genio artistico di Francesco di Giorgio, di cui la Rocca Ubaldinesca costituisce un'alta espressione.

Il nome della fortificazione ricorda la figura di Ottaviano Ubaldini, consigliere e braccio destro di Federico da Montefeltro, al quale quest'ultimo donò il fortilizio dopo averlo strappato alla dominazione malatestiana nel 1463.

Per il giovane architetto senese, chiamato a ristrutturare l'edificio, si trattava allora del suo primo incarico nel Montefeltro ed egli volle pertanto sperimentare inconsuete linee architettoniche, in modo da rendere la fortificazione difendibile dagli attacchi delle più potenti armi da fuoco. Postulato il principio secondo cui occorreva offrire all'assalitore una superficie continuamente sfuggente, realizzò una rocca a forma di un possente vascello serrato entro colossali torrioni e singolari torri cilindriche.

L'idea si rivelò in realtà scarsamente efficace dal punto di vista militare e la successiva esperienza convinse Francesco di Giorgio a preferire mura segmentate e Iati rettilinei, ma ciò non toglie nulla al fascino della costruzione di Sassocorvaro, tanto più suggestiva quanto unica nel suo impianto.

Dentro le sue mura la costruzione racchiude un bel cortile d'onore su cui si affaccia una rampa elicoidale e una loggia aperta sulle sale del piano terra e del piano nobile: nell'ala nord, più antica, si possono ammirare alcune eleganti sale quattrocentesche con volte a padiglione recanti al centro gli stemmi degli Ubaldini e dei Montefeltro, mentre nel punto carenato del Iato sud si apre un delizioso giardino pensile.

 

IL CASTELLO DEI CONTI OLIVA

 

Il castello di Piandimeleto, altra tappa del nostro percorso, narra la storia di una famiglia minore del Montefeltro, i conti Oliva.

 

 

La merlatura del castello di Piandimeleto

 

 

Nel secondo Quattrocento, il conte Carlo Oliva -grazie a una politica di equilibrio fra i maggiori potentati territoriali -riuscì a mantenere viva la propria autorità in una piccola area attorno a Piandimeleto e decise di invitarvi alcuni degli artisti che avevano già lavorato a Urbino per trasformare il vecchio fortilizio della famiglia in una elegante dimora rinascimentale.

Il risultato dell'intervento fu apprezzabile: le merlature, i beccatelli e il cammino di ronda concorrono a conferire un aspetto severo al castello, mentre le ampie monofore e le finestre trabeate in arenaria che si aprono nella facciata verso sud alleggeriscono i toni, suggerendo le forme di un palazzo signorile.

La fine sensibilità rinascimentale dei conti Oliva è testimoniata anche dall'armoniosa cappella di famiglia nella chiesa del convento di Montefiorentino presso Frontino. In questo autentico scrigno d'arte, fatto realizzare da Carlo Oliva nel 1484-89, trovano posto i magnifici monumenti sepolcrali dei genitori del conte, inginocchiatoi riccamente intarsiati e una splendida pala d'altare di Giovanni Santi, il celebre padre e maestro di Raffaello.

 

MASSA TRABARIA

 

Il nostro itinerario si conclude tornando nuovamente verso l'asse della 55 258. Nell'alta valle del Foglia merita ancora una visita il centro di Belforte all'lsauro con il suo suggestivo castello medievale, più volte rimaneggiato, che si staglia isolato a forma di cuneo oltre uno stretto ponte sul torrente.

Procedendo ancora verso ovest incontriamo due centri del Montefeltro ubicati in territorio toscano: Sestino, sede di una bella pieve fondata nell'Alto Medioevo, e Badia Tedalda.

Questo territorio, il più occidentale del Montefeltro, era noto nel Medioevo con il nome di "Massa Trabaria" in quanto da qui proveniva, trasportato lungo il Tevere, il legname necessario per la costruzione delle basiliche romane. Ancora oggi i fitti boschi di conifere, avvolti nel loro millenario silenzio, ne tramandano la memoria.

 

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Viaggio al centro della Terra

 

A Perticara, l'antica miniera di zolfo è ora un insolito museo

 

Era un giorno di aprile del 1964 quando alla miniera di zolfo di Perticara, nel Montefeltro, arrivò via telegramma da Milano un ordine perentorio. La Montecatini decretava l'immediata chiusura dello storico impianto -100 chilometri di gallerie su nove livelli fino a 710 metri di profondità -aperto dal. 1917 (anche se il primo documento sull'estrazione dello zolfo è del 1564, e nell'800 era uno dei giacimenti più importanti d'ltalia)

A metà degli anni 60 dava ancora lavoro a 200 persone e ne aveva occupate fino a 1.600.

 

 

Sull'ultimo carrello di minerale i minatori lasciarono scritto un messaggio: "Per il museo di Perticara": il primo passo verso il salvataggio dall'oblio di uno straordinario patrimonio tecnico e umano.

 

Una ricostruzione fedele del lavoro in miniera

 

 

E sei anni dopo la locale Proloco riuscì ad aprire in paese il primigenio nucleo del Museo Storico Minerario di Perticara, in locali concessi dal comune di Novafeltria, che raccoglieva attrezzi e documenti del lavoro in miniera.

Nel 1970 la cosiddetta archeologia industriale non era certo un tema di attualità, eppure già allora gli abitanti di Perticara, frazione a cavallo fra le valli del Savio e del Marecchia (e quindi culturalmente del tutto romagnola), denotavano un fortissimo attaccamento al mondo della miniera.

Un museo che nasce, dunque, dal sentimento comune della gente in un' epoca che si allontana sempre più dal mondo delle miniere e dai suoi indicibili rischi (a Perticara dall'800 al 1964 morirono 250 minatori).

Aperta nel 2002 la nuova sede

Da questo legame e da una intensa attività di volontariato nasce anche il capitolo più recente - e probabilmente non l'ultimo - della miniera di Perticara: l'inaugurazione, il 22 giugno 2002, della nuova sede del Museo Minerario, ricavata in quasi 3.000 metri quadrati recuperati nel cantiere sulfureo Certino, il principale dei tre esistenti, è contrassegnato dal traliccio metallico del "pozzo" Vittoria, alto 32 metri.

E così ora, grazie anche alla Regione Marche, alla Comunità Montana Alta VaI Marecchia e alla Fondazione Cassa di Risparmio di Pesaro, il Montefeltro aggiunge alle sue bellezze un nuovo percorso museale di livello internazionale, membro dell'European Mining Heritage Network, ed elevato al rango di "Parco museo nazionale delle miniere di zolfo delle Marche".

Il museo si dispiega all'interno di due lunghi capannoni ove erano la sala macchine e le officine, il cuore pulsante del cantiere.

Dapprima una sezione propedeutica è dedicata alla rocce e ai minerali nel mondo, con un allestimento che non vuole essere scientificamente esaustivo, ma che punta sulla spettacolarità dei colori che il regno minerale sa regalare.

 

La sala delle rocce e dei minerali accoglie campioni

di roccia ignea, come il basalto e il granito, metamorfica e sedimentaria

 

 

Tra le curiosità, vari minerali fluorescenti e bellissimi geodi di colore violetto.

 

Campioni di rocce e minerali tra cui

si riconoscono l’ametista e lo zolfo

 

 

Largo spazio ovviamente ai cristalli di zolfo, con i loro differenti toni di giallo: dal filone di Perticara sono venuti alla luce i pezzi più grossi del mondo,come quello conservato a Milano nel Museo di Storia Naturale.

 

Cristalli di zolfo

 

 

Tante sezioni, tutte interessanti

 

Si prosegue nella sezione che analizza la struttura geologica del territorio e in particolare del giacimento di Perticara.

Una ricostruzione didattica illustra il ciclo produttivo dello zolfo attraverso reperti, carte, attrezzi, opportunamente ambientati.

 

Maschere antigas utilizzate dai minatori per

proteggersi da eventuali esalazioni

 

 

 

Gigantografie di foto d'epoca ricreano i cantieri sotterranei, dove la temperatura poteva raggiungere i 55 gradi.

Poderosi macchinari, necessari per completare il ciclo di estrazione e per le manutenzioni degli attrezzi minerari, affollano le officine meccaniche e la falegnameria (il legno era fondamentale per puntellare le gallerie).

 

Antichi strumenti di lavoro dei minatori

 

 

Una sezione è dedicata all'antica strumenteria topografica e di rilevamento ambientale; una biblioteca raccoglie volumi antichi di arte mineraria.

In un edificio accanto al capannone principale è custodito l'argano del pozzo Vittoria che con le sue gabbie trasportava incessantemente uomini e materiali 340 metri più in basso. Simbolo di un mondo scomparso, mediatore tra la luce e l'oscurità.

 

Il castello metallico del pozzo "Vittoria"

 

 

 

In allestimento, una sezione dedicata al lavoro sottoterra, con la ricostruzione di un tratto di galleria. E in programma, il restauro degli imponenti impianti di fusione, oltre a un nuovo settore sull'organizzazione sociale che si sviluppò attorno alla miniera, e che fu assolutamente inedita, sia rispetto al mondo contadino preesistente, sia rispetto ad altri impianti minerari.

 

Stampi per la confezione dei pani di zolfo

 

 

Il villaggio sorto intorno alla miniera

 

Perticara, grazie alla sua vena di zolfo, contava 5.000 abitanti - che precipitarono a 1.000 dopo la chiusura - e godeva di un certo benessere per gli standard di allora.

Per quanto durissimo, il lavoro del minatore garantiva redditi di 8-10 volte superiori a quelli della campagna.

La miniera, dunque, incise profondamente nel tessuto sociale: a partire dall'800 (prima ancora dell' acquisizione da parte della Montecatini) attorno all'impianto sorsero mense, un ospedale, l'asilo, una biblioteca, il cinema e il teatro, e poi persino i campi da tennis! E si svilupparono inedite forme di coesione sociale, come cooperative di consumo, associazioni culturali, bande, gruppi di danza, la filarmonica.

Tracce di questa vitale organizzazione si ritrovano nel territorio circostante il museo. E se poco o nulla rimane dei fabbricati destinati a queste attività, esistono però - seppur trasformate - le casette a schiera del villaggio minerario e dei dirigenti (ancora oggi denominato frazione Miniera), le villette e i piccoli condomini (privati) che appaiono del tutto avulsi dal contesto rurale-montano, ma conservano un certo fascino.

II campo di calcio, con la tribuna in stile anni 50, è ancora utilizzato dalla locale squadra di dilettanti, erede di uno squadrone che giocava in C e in casa era imbattibile ("perché gli avversari erano asfissiati dalla puzza di zolfo", si diceva).

Oggi la sfida più grande per il museo è quella di vedere colmato il vuoto da parte dello Stato nella normativa in materia di messa in sicurezza a scopi turistici delle miniere dismesse.

Al momento, anche per questo motivo, non è possibile per i visitatori penetrare nelle gallerie abbandonate. Cosa che invece stanno già facendo speleologi e tecnici, per monitorare la situazione dell'aria, in vista di una futura apertura al pubblico.

E proprio loro riportano, una volta tornati alla luce, sensazioni ed . emozioni fortissime di "là sotto".

Come racconta Veronica Fabbri, volontaria, nominata responsabiledel Museo: "Le tracce del lavoro quotidiano dei minatori sono ancora lì, ben vive, con le bottiglie di vino ancora piene a metà o i bizzarri cartelli con prescrizioni di sicurezza assolutamente ingenue, come quella di non lavorare scalzi(!).

Un mondo che racconta dell'uomo e delle sue fatiche: un mondo terribile ma vitale che improvvisamente si fermò".

 

(Tratto dall’articolo di Fabio Bottonelli pubblicato sulla rivista Bell’Italia di Marzo 2003 edita da Mondadori)

 

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Torri di avvistamento nel santagatese

In passato le torri caratterizzavano il paesaggio del Montefeltro, oggi ne sopravvivono ben poche. Viaggiando per strada se ne può vedere una molto bella a Casteldelci e, cercandole bene, se ne trovano quattro nel territorio di S. Agata Feltria. Le torri in passato servivano sia in funzione difensiva o di rifugio, che come punti di avvistamento, e di riferimento per le abitazioni circostanti. Gli edifici a torre ebbero un larga diffusione nei periodo dal 1400 al 1600 con una interessante parabola storica che le portò a trasformarsi in abitazioni, quando il pericolo di guerre, di soldati allo sbando di passaggio, o di briganti, diminuì. Nei centri storici le torri sono prevalentemente costruzioni della piccola nobiltà, di pianta monolocale, di forma quadrata o rettangolare, che di rado superano il secondo piano. La comunicazione con i piani superiori avveniva con scale di legno poste all’interno dell’edificio. In origine le feritoie attraverso le quali si dava la luce agli ambienti interni erano molto strette, non vi erano camini, e per il fuoco, in genere si usavano bracieri. Dai documenti del 1700 risulta che quasi tutte le torri ospitavano piccionaie, mentre le stanze a pianterreno erano diventate stalle o cantine.

Dopo le trasformazioni avvenute negli anni ’60 del nostro secolo, nel centro storico di S. Agata Feltria sopravvive solo la piccola torre di casa Maffei (XIV sec.), appena fuori paese invece, in direzione di Sarsina, ce ne è una a Passananti; un’altra è a Pereto, in un punto dal quale si domina tutta la valle.

 

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Pennabilli, un luogo fortunato

 

 

Pennabilli è un luogo fortunato. E' abbastanza piccolo per essere ancora una comunità di persone, ma è abbastanza grande per avere una vita sociale. Ha salvaguardato la sua struttura antica, mantenendo il fascino del tempo, senza isolarsi dal mondo. Bellissimi sono i dintorni. I suoi abitanti, come in tanti paesi del Montefeltro, emigrano da sempre per studiare e lavorare, ma tornano ogni volta che possono per ritrovarsi, con le famiglie e gli amici. Durante le feste di Natale e le ferie estive Pennabilli diventa vivace, piena di vita ma sempre rilassante. E anche nel resto dell'anno, i poliedrici pennesi non mancano di organizzare concerti, mostre, conferenze e, con notevole frequenza, feste. Da poco è stato aperto un piccolo teatro, che offre spettacoli di livello nazionale. In molti si sono innamorati di questo paese, che sarebbe potuto diventare la Capalbio dell'Adriatico. Ma l'atavico senso della misura dei pennesi ha evitato una simile calamità. Tonino Guerra è il più noto dei cittadini onorari. I suoi interventi minimalisti ma di buon gusto hanno creato ambienti suggestivi, come l'Orto dei frutti dimenticati e il Giardino dei pensieri. Tonino ha in Pennabilli una magnifica casa su un costone soleggiato, con deliziose terrazze alberate su un panorama verdissimo. Pur costretto (secondo quanto ha dichiarato) a fare spot pubblicitari per integrare la pensione, il noto poeta, sceneggiatore e pittore romagnolo, dopo aver lasciato la natia Santarcangelo, ha intessuto un buon rapporto con la gente di Pennabilli. Da non perdere è il ristorante dalla Peppa, che è di fatto casa sua, aperto solo a mezzogiorno e senza prenotazione. La sera, è di rigore una visita al Bel Fico, osteria ristorante che si trova proprio in piazza.

Vi ho parlato di Pennabilli, tuttavia, come introduzione a uno dei suoi abitanti più straordinari, Pietro Guerrini detto Pierino. Se volete conoscerlo, dalla piazza prendete lungo il fianco sinistro della Chiesa, passate davanti al Bar della Nina (altro locale storico) e proseguite lungo la salita, per la strada che va a Cantoniera. Dopo duecento metri troverete sulla destra una pizzeria ristorante, davanti alla quale una quercia druidica stende i suoi rami. Dentro troverete Pierino, solitamente intento al forno. I suoi baffi gallici sono l'eredità della nascita nel Belgio francofone. Perfettamente bilingue, è un erudito studioso di Napoleone, il più grande dei piccoli uomini. Eh sì, perché Pierino è uno di quegli uomini nei quali l'anima sta stretta, essendo molto più ampia del petto nella quale alberga. La famiglia Guerrini è laboriosa e gentile, nel senso tradizionale del termine. Suo padre scolpisce nella pietra riproduzioni fedeli di castelli. Nel locale c'è una bella replica della Rocca Fregoso di Santagata Feltria. La pizza di Pierino è leggera e di buona cottura. Mamma Guerrini produce dei cappelletti in brodo ripieni di carne dalla originale forma rotonda, derivata dagli antichi ferri dell'artigiano Osanna. E, se siete fortunati, potete gustare l'agnello o il coniglio in gagiotto, riservati ai giorni più importanti. Perché da Pierino non c'è nulla di commerciale. Non è uno di quei locali fighetti che vanno di moda adesso, né viene il dubbio di essere capitati all'inaugurazione di un negozio di design invece che in un ristorante. Pochi giorni fa è stato visitato da Diego Abatantuono con una brigata di ospiti. Nonostante faccia pubblicità ai precotti, il robusto attore se ne è andato con due chili di cappelletti, oltre a quelli incamerati direttamente. Pierino trova sempre il tempo di intrattenersi con gli amici dopo pranzo o cena, con tutta spontaneità. Allora sentirete la sua famosa risata, espressione di quell'allegria profonda che solo i saggi sanno nutrire. Beh, diciamo che le doti di Pierino non sono prive di nutrimento... Ora, dovete sapere che a Pennabilli sopravvive la consuetudine della filodrammatica, che conta su una tradizione iniziata negli anni '20. Ogni anno viene messo in scena un lavoro originale, spesso una parodia in costume. L'ultima volta è stato il turno di Sette giorni d'inferno, tratto dalla Divina Commedia. Il teatro è sempre esaurito per tutte le repliche. Pierino partecipa sempre a queste recite, avendo una certa esperienza di stage. Ha lavorato anche nel cinema, in Burro, con Renato Pozzetto. L'anno scorso, mentre erano in corso le prove, gli è venuta l'idea di scrivere un testo teatrale originale. Detto fatto, con il suo passo, lento ma costante, si è messo all'opera, con l'aiuto di Michele Zucchi. Il risultato è L'oro di Tornabuoni, una commedia in costume che ruota intorno alla figura del giovane Bonaparte. Ambientata durante la campagna d'Italia, quando il piccolo grande generale era quasi un ragazzino. In un paese come Pennabilli possiamo ancora trovare un autore che scrive un testo originale, una compagnia filodrammatica che lo mette in scena, un teatro comunale che la ospita e la popolazione che accorre in massa. Il teatro non è un edificio, è un'arte fatta da persone per esprimersi e divertirsi. Meditate, riminesi. Se qualcuno si recherà a Pennabilli dal 31 gennaio (giovedì) al 3 febbraio (domenica), potrà passare una serata piacevole e istruttiva. E, se arriva per tempo, potrà meditare davanti a dei sani cappelletti.

 

Giampaolo Proni

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