Protagonisti di ieri

 

Francesco Saverio Giorgi

Gentile Feltria

Angelo Berardi - Il più grande tra i teorici della musica era di S.Agata 

Documenti armonici di Angelo Berardi da S.agata

Il pittore del teatro Mariani e il bandito Masòn

Cornelia Fabri - la prima donna laureata in matematica

 

 

 

Francesco Saverio Giorgi


Padre della storia locale

Saverio Giorgi è un altro grande concittadino del quale sappiamo ben poco. Appassionato di storia è autore di un saggio che da quasi 2 secoli è il costante punto di riferimento per tutti coloro che hanno desiderato studiare la storia antica di S. Agata Feltria.

Ma procediamo con ordine. Nato nel nostro paese nella seconda metà del 1700, divenne monaco agostiniano e visse qualche tempo a Pennabilli, a Gubbio ed a Pesaro. Studioso colto dedicò molto tempo e molti anni alla ricerca storica come dichiarazione di amore per la sua terra natale. Il suo lavoro rimase però incompiuto, e ciò per diversi motivi (problemi alla vista ed in genere di salute, difficoltà di reperire testi originali, ma anche più semplicemente impossibilità di consultare archivi privati e pubblici all’epoca dell’invasione napoleonica).

Dedicò il suo lavoro ad Enea Nastasini, santagatese Governatore fino al 1796 di Castel Bolognese, ma successivamente il manoscritto divenne di proprietà della famiglia Fabri, per passare poi ai Farini.

Oggi il lavoro di Padre Saverio Giorgi, un volume di 535 fogli abbastanza facilmente leggibili, risulta ancora inedito, e viene conservato in Parrocchia, custodito personalmente da Don Ivo.

In passato è stato utilizzato abbondantemente da Achille Marini, autore nell’800 di un Piano per la storia del Montefeltro, che giudicò il Giorgi "erudito di tutto rispetto". In questo secolo lo hanno studiato tutti gli autori di storia santagatese : Padre Benigno che lo indicò come guida agli storici del futuro, Giuseppina Maffei, che lo considerava meticoloso, colto e attendibilissimo, Franco Dall’Ara e Manlio Flenghi. Tra i giudizi critici quelli di Luigi Dominici che annotò il manoscritto qua e là di frasi polemiche verso un altro storico (Zucchi Travagli) e che giudicava Padre Saverio "disinvolto e non sereno nella ricerca"; ed in precedenza Luigi Besi ("Lo Stato della Romagna") che nel 1901 scrisse che l’opera di Giorgi "per i santagatesi guai a chi la tocca, ma da molti viene criticata".

In realtà va detto che Saverio Giorgi diede al suo lavoro il titolo di "Saggio esegetico di memorie storiche" e non quello di "Storia", proprio perchè consapevole di non essere in grado di consultare tutte le fonti necessarie, e dichiarò anzi i suoi intenti nella prima pagina del manoscritto : "potrà servire da stimolo ad altri per mettere il vero in miglior lume con nuove ricerche e, forse, per correggere gli sbagli che fossero stati commessi da me". Chi ha avuto la pazienza di leggersi il manoscritto ha visto che più volte l’autore impossibilitato a verificare la rispondenza di una fonte, sospendeva il giudizio. Certo le basi metodologiche della ricerca dell’agostiniano non sono quelle di oggi, nè il rigore, nè l’impostazione complessiva, che è quella del periodo nel quale Saverio Giorgi viveva !

Resta il fatto che ancora oggi tutto quello che si sa di S. Agata fino al 1500 (intorno a questa data si interrompe il manoscritto) è basato su quello che Giorgi aveva scoperto e scritto. Anche le scoperte più recenti (dalla presenza dei cavalieri Templari a San Giovanni, fino al nome di Massa Mariana che avevano questi luoghi prima dell’anno mille) non hanno fatto altro che confermare e aggiungere documenti e prove a quanto è scritto nell’inedito.

E allora perchè le riserve sul lavoro di Giorgi ?

Perchè tutta la prima parte del manoscritto è riservata alla nota questione di Solona. Il Giorgi ci credeva, ed anzi può essere considerato il teorizzatore dell’esistenza di quella antica città. E quella tesi, va detto, non è mai stata molto gradita, neppure come ipotesi di lavoro, al di fuori dei confini del nostro paese.

Il libro è comunque molto interessante (si parla diffusamente anche di Casteldelci, di Perticara e di tante altre località ) e meriterebbe di essere pubblicato al più presto.

 

(Giancarlo Dall’Ara)

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Gentile Feltria


Dal Palazzo Ducale alla Rocca di S. Agata Feltria

 

Si sa davvero poco di lei, eppure non si tratta di una persona di poco conto nella storia del nostro paese. Fu grazie a lei che S. Agata Feltria ed i suoi "castelli", cioè il territorio circostante rimasero un'entità distinta dal Ducato di Urbino e divennero poi Signoria dei Fregoso, con quello che ne seguì.

Sui libri di storia a Gentile si accenna come alla figlia "naturale" del Duca Federico da Montefeltro che andò in sposa ad Agostino Fregoso. Abbiamo cercato di saperne di più per i lettori della Rocca.

Quando Gentile nacque, suo padre Federico era Signore di una delle corti più straordinarie d'Italia, avendo chiamato a sé pittori, condottieri, scrittori, architetti ed artisti da ogni dove. Federico le mise il nome della sua prima moglie, Gentile Brancaleoni morta nel 1459. Ancora giovinetta cercò di darla in sposa a Girolamo Malatesti, ma il matrimonio preparato in tutti i particolari, dote compresa, non si celebrò. Quanto ai motivi che portarono a quella decisione possiamo solo immaginare che fossero politici, e non certo sentimentali.

Ed il padre decise, come usava allora, ancora una volta di organizzare un matrimonio per lei, accogliendo una proposta del re Ferrante d'Aragona che sponsorizzava un giovane poco più che ventenne, di origine genovese, che gli storici del tempo definiscono "di aspetto bellissimo": Agostino Fregoso.

Siamo attorno al 1470. 

Ad Agostino Gentile portò in dote S. Agata ed il suo Rettorato, la terra più popolosa del Ducato di Urbino, e certo anche un capitale in preziosi (forse anche il quadro di Pedro Berruguete del quale si parla in questo sito web). Il prof. Lombardi di Pesaro ha giustamente sottolineato che una dote non equivale ad una investitura. Gentile quindi portava al marito terre e castelli dei quali poteva goderne i frutti (legname, cavalli, derrate…), ma alla sua morte tutto sarebbe dovuto tornare al Duca Federico. Anche se così non fu, come vedremo. Dopo il matrimonio Gentile continuò a vivere ad Urbino, probabilmente nella dimora dei Fregoso che si trovava vicino al Palazzo del Duca. S. Agata era seguita direttamente da un Rettore, Fabiano di Antonio del Gallo, su incarico di Agostino Fregoso.

Dal matrimonio nacquero molti figli, oltre ad Ottaviano e Federico, poi Signori di S. Agata, e personaggi celebri nel Rinascimento, ebbe un altro maschio, Simonetto, e due figlie Costanza e Margherita, quattro dei suoi figli li ritroviamo protagonisti del "Cortegiano", il manuale del gentiluomo, lettura indispensabile per tutti i nobili europei fino alla Rivoluzione francese, che cambiò le regole sociali.

Agostino aveva vissuto fino al matrimonio come un nobile decaduto, costretto a vivere lontano da Genova patria dei Fregoso dalla quale la sua famiglia era stato cacciata dopo che suo padre Ludovico ne era stato Doge. In giovane età era stato trattenuto come ostaggio dagli Sforza di Milano, che ormai avevano in pugno Genova; poi aveva girato per l'Europa come ambasciatore speciale di Carlo di Borgogna, detto il Temerario. Non era stata una vita facile la sua, sempre in mezzo a congiure, ma alla vita di corte di Urbino preferì quella di combattente. Quando finalmente nel 1478 un altro Fregoso divenne Doge a Genova, Agostino fu premiato con la seconda carica dello Stato quella di Capitano Generale. Partecipò poi a diverse battaglie, e nel 1482, nella guerra di Ferrara si trovò sulla sponda opposta a quella del Duca Federico, suo suocero. Ovviamente Federico lo considerò un traditore.

Non sappiamo come Gentile abbia giudicato la situazione, certo il padre Federico che morì quello stesso anno lasciò S. Agata ed i suoi castelli in eredità non più a lei e ad Agostino, ma ad Antonio, suo figlio naturale. Quest'ultimo fu dunque Signore di S. Agata fino alla morte (avvenuta attorno al 1501), mentre Agostino continuò a guerreggiare per l'Italia finendo ucciso nel 1486, dopo che anche i Genovesi lo avevano considerato traditore per aver appoggiato una fazione perdente.

Gentile continuò a vivere a Urbino, e quando il Ducato fu invaso da Cesare Borgia fu messa in salvo da Andrea Doria che riuscì a farla fuggire travestita.

Come i lettori della Rocca ricorderanno Guidubaldo, figlio del Duca Federico e fratello di Gentile, nel 1506 per ringraziare il nipote Ottaviano Fregoso dell'aiuto fornitogli nei terribili anni dell'invasione delle truppe di del Valentino, lo nominò conte di S. Agata.

Così Gentile tornò ad occuparsi di Sant'Agata, e pare abbia vissuto diverso tempo anche in paese, nella rocca che il padre aveva trasformato da baluardo militare in dimora principesca. 

Troviamo il suo nome in un atto di vendita del 1528: Gentile è definita Governatrice di S. Agata probabilmente per conto dell'altro figlio, Federico, che era seguito ad Ottaviano come conte delle terre di S. Agata.

Di Gentile non conosciamo l'anno della nascita, quello della morte fu quasi certamente il 1529.

(Giancarlo Dall’Ara)

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ANGELO BERARDI

 

IL PIU’ GRANDE TRA I TEORICI DELLA MUSICA ERA DI S. AGATA

Il santagatese Angelo Berardi è considerato uno dei più importanti teorici della musica del ‘600.Il giudizio degli studiosi è unanime.
La sua importanza nella storia della musica è legata ai suoi studi sul Contrappunto, al suo contributo critico dell’arte musicale ed infine alle sue composizioni.Non a caso alcuni dei suoi studi, a tre secoli dalla sua scomparsa, sono stati ripubblicati; su di lui sono state scritte tesi di laurea a Whashington e a Kiel, e alcune delle sue musiche sono pubblicate su CD.
Ma procediamo con ordine.
Nacque a S. Agata Feltria attorno al 1630, è lui stesso a scriverlo in tutte le sue opere, fin dalla copertina, dove si legge regolarmente "Angelo Berardi da S. Agata".
All’epoca in paese era fiorente una antichissima ed eccellente tradizione musicale che aveva già espresso compositori e "maestri di cappella", come si diceva allora, in parte grazie anche alla sensibilità ed al mecenatismo dei Fregoso.Nessuna meraviglia dunque se il Berardi ebbe come primo insegnante di musica un altro santagatese, Giovanni Vincenzo Sarti, autore di diverse composizioni, in parte perdute ed in parte inedite, e maestro di musica in varie città del centro Italia (in particolare Forlì e Ravenna).
In età adulta divenne sacerdote e maestro di Cappella.
Dal 1662 volle seguire un percorso di perfezionamento musicale con Marco Scacchi, maestro al quale si dimostrò legatissimo.
"Nella mia più florida gioventù - scrisse - con tutto ch’io fossi Canonico e Maestro di Cappella in città ragguardevole, mi sottomisi interamente alla scuola e direzione di Marco Scacchi, già Maestro di cappella dei monarchi di Polonia per il corso di anni trenta.Si ritirò questo celebre virtuoso nella città di Gallese, nido antico dei suoi antenati, per essere avanzato assai nell’età, e forse per godere quella quiete, e pace, che non si può rintracciare così facilmente fra i rumori delle Corti, e fra l’occupazioni et affari de gravi impieghi".In seguito Berardi fu nominato maestro di cappella a Montefiascone, poi passò a Viterbo, successivamente a Tivoli, a Spoleto, ed infine, a coronamento di una brillante carriera divenne maestro di cappella a Santa Maria in Trastevere, a Roma, dove muore qualche anno dopo, nel 1693.
La sua opera consta di 13 collezioni di musica pratica e di 6 trattati teorici, uno dei quali perduto.
L’amore che Berardi ebbe per il suo paese natale traspare da tutte le sue opere, ed in particolare dagli scritti contenuti nella sua "Miscellanea Musicale", uno dei quali è dedicato a Federico Fregoso, nipote di Orazio Fregoso, penultimo Marchese di S. Agata.Federico era stato suo allievo ed era anch’egli appassionato di musica, oltre che valente studioso di filosofia.Il legame tra Berardi e il Fregoso fu anche di tipo epistolare. Una delle lettere indirizzata a Federico è pubblicata in un volume edito dallo stesso Berardi.
La fama di Berardi era così grande che pochi anni dopo la sua morte il geografo Vincenzo Coronelli gli dedica la voce 3415 della sua monumentale "Biblioteca Universale sacro-profana", nella quale si legge : "Berardi Angelo da S. Agata luogo sotto Rimini, sacerdote secolare, insigne professore di musica nel secolo passato, ha dato alle stampe molte opere così ecclesiastiche come da Camera, concertate e di ripieno, ed anche alcuni libri teorici assai eruditi sopra la stessa materia".
Dal Coronelli apprendiamo che Berardi suonava il violino "eccellentemente", ed ebbe buoni allievi.

In tempi più vicini a noi molti studiosi si sono occupati di lui, sempre in termini molto positivi, in qualche caso entusiastici (il belga Fétis giunge a definire le sue "opere della massima importanza per la storia della musica").
Anche Amintore Galli, celebre autore delle musiche dell’Inno dei Lavoratori, lo definì "ottimo teorico", e lo stesso Radiciotti sostenne che "le sue opere teoriche hanno una grande importanza nella storia dell’armonia", e così di seguito altri critici anche contemporanei.
Il 12 ottobre 1996, su invito di chi scrive e di un gruppo di appassionati di storia locale, il prof. Carlo Vitali, già autore della voce "Angelo Berardi" pubblicata nel Dizionario della Musica e dei Musicisti della UTET, è venuto a Sant’Agata ed ha tenuto una dotta relazione sull’importanza di Berardi nella storia della musica, e sui suoi rapporti con la famiglia dei Fregoso, Signori di queste terre.Con l’occasione Vitali ha mostrato un anagramma in latino, traducendo il quale è emerso un dato inedito sulla vita di Berardi, e cioè che nel 1669 egli era ritornato a S. Agata per aprirvi una Scuola di musica.Un brano del santagatese Angelo Berardi, è stato registrato su di un CD della olandese GLOBE.
Il CD ha come titolo "Italian Music for Virtuosi", e il brano di Berardi di 7 minuti ("Canzone sesta") è il primo.
(Giancarlo Dall’Ara)

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Documenti armonici di Angelo Berardi da S.agata

 

Angelo Berardi

Arcani musicali

Bologna 1690

Regole per le cantilene a più Chori

1.       Che sulla corda dove termina un Choro, l’altro cominci, levatene però qualche punto fermo dell’orazione dove poi tutti li Chori ripigliano con la modulazione sopra una corda inaspettata, la quale, usata con giudicio fa un ottimo effetto.

  1. Che le risposte dei Chori abbiano relazione e corrispondenza l’uno con l’altro.
  2. Non ci si attardi troppo nella proposizione dei chori, affinché non sia tediosa la risposta.
  3. Che la modulazione non sia troppo veloce, particolarmente se i chori sono molto distanti l’uno dall’altro.
  4. Che ogni choro abbia la sua parte fondamentale.
  5. Intendere bene come devono camminare i Bassi.
  6. Che se ogni cantilena è composta dall’artefice per la musica piena, deve sfuggir d’esser troppo vuoto.
  7. Che se la cantilena è concertata, si deve tessere in tal maniera e maestria, che il pieno non superi il piano del concerto, ma cammini per la strada di mezzo.
  8. Quando la cantilena è a 4, 5, 6, 7 e più chori, guardarsi da non far modulare una voce sola, eccetto nella proposizione del soggetto, perché lascia l’udito troppo vuoto dopo che si sia sentito un corpo musicale così pieno e potente.
  9. Far sentire tutte le risposte dei chori realmente, il che si deve osservare principalmente la prima volta che cominciano a modulare, e questo si deve fare con ordine, dal primo all’ultimo, affinché gl’uditori ascoltino distintamente come l’rtefice ha ordinato tutti i chori. Nel mezzo si può variare a beneplacito.
  10. Nelle composizioni a più chori si deve osservare che il principio corrisponda al mezzo e al fine in quanto allo stile ed ogn’altra cosa. Volendo alterare la battuta, per ragione di buona regola, si deve fere modulare una cadenza generale, con dar prima il segno generale a tutti i chori, i quali si devono mantenere spiritosi e reali nelle risposte. Nelle fughe basterà che che le parti acute ed inferiori modulino realmente la medesima fuga e le parti di mezzo le accennino appena, ovvero l’una con l’altra si rispondano per contrappunto doppio.
  11. Le parti devono stare nelle loro corde, i bassi non devono cantare come Tenori e viceversa. È vero però che a volte il basso debba scavalcare il Tenore per non incontrarsi con gli altri bassi.

Bisogna comunque riflettere sulla possibile disposizione dei chori nelle chiese, al fine di usare figure e risposte più o meno rapide, avvertendo che i chori siano sempre vivi e che abbiano tutte le loro consonanze. Le cantilene a cappella devono essere, allusi del Palestrina, candide e osservate nei precetti della prima prattica ch’Armonia sit domina orationis

 

 

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Il pittore del Teatro Mariani e il bandito Masòn

 

La famiglia di Corrado Ricci, studioso ravennate e primo Sovrintendente di quella città, celebre autore di pubblicazioni di storia e di storia dell’arte, era originaria di questi nostri monti.E’ lo stesso padre di Corrado, Antonio, a raccontare in un diario, come accadde che la sua famiglia si dovette trasferire, prima a Cesena e poi a Ravenna:"Il mio nonno di nome Antonio possedeva e conduceva al pascolo poche dozzine di pecore, unico suo peculio.
Una volta il capo di una banda di briganti detto Masòn dla Blona, gliene tolse a violenza alcune. Ne nacque un grave litigio che il brigante troncò scaricando contro mio nonno una pistola.
Il colpo fallì e mio nonno atterrito fuggì per le macchie a Pennabilli, dove fece denuncia agli sbirri. Masòn lo seppe: per rappresaglia catturò uccise e vendette le altre pecore e gli fece sapere che in qualunque luogo l’avesse incontrato, fosse pure in un mercato, fosse pure in una chiesa, l’avrebbe ucciso.Allora mio nonno spogliato di tutto e minacciato nella vita, scese a Cesena e là si mise a fare il facchino in un caffè".
Ma l’aspetto di rilevo è che il padre di Corrado Ricci che aveva studiato presso la scuola scenografica di Francesco Cocchi a Bologna, nel 1857 venne a S. Agata. Queste le sue parole:"d’inverno mi recai nel Montefeltro, e precisamente a S. Agata Feltria dove decorai il Teatro e ne feci corredo scenico (dirigeva l’orchestra Angelo Mariani, parimenti ravennate)".Dunque abbiamo finalmente trovato chi dipinse le scenografie, o almeno alcune di esse – visto che altre sono del più famoso Liverani - che ancora si trovano nel Teatro!Quanto al bandito Masòn fece una brutta fine, assieme ai suoi feroci compagni finì decapitato sulla piazza di Ravenna, ma Antonio Ricci, che avrebbe potuto ritornare tranquillamente nei suoi monti vicino a Pennabilli, alla vita solitaria del pastore preferì quella dei caffè di Cesena.
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Cornelia Fabri - la prima donna laureata in matematica

 

I Fabri erano un’antica famiglia di origine ravennate, riparata a S. Agata Feltria nel 1522 e rientrata a Ravenna alla fine del 1700, mantenendo comunque casa possedimenti e frequentazioni a S. Agata. Cornelia nacque in questa famiglia il 9 settembre 1869 a Ravenna. Nipote del prof. Santi, poeta e celebre matematico, e figlia di Ruggero uomo politico per 40 anni Presidente della Camera di Commercio di Ravenna, mostrò fin da piccola inclinazione alla bontà, alla pietà ed alla religione.
A dimostrazione dello stretto legame con il nostro paese è il fatto che fece la sua prima comunione proprio nella nostra Collegiata dove annualmente la famiglia veniva in villeggiatura.
Vista la propensione agli studi scientifici e matematici il padre la spinse a frequentare, ultimato l’Istituto tecnico, il corso di matematica presso l’Università di Pisa.
Durante gli anni dell’Università dimostrò le proprie capacità sostenendo 12 esami speciali superati col massimo dei voti (due 30/30 e dieci 30 e lode); così il 30 giugno 1891 conseguì la laurea con lode.
Cornelia fu la prima donna a laurearsi in matematica in Italia! 
Un avvenimento non solo per l’Università.
Successivamente pubblicò diversi trattati e diverse memorie di Analisi Matematica, di Meccanica e di Idraulica, alcune delle quali sono conservate presso la biblioteca Classense di Ravenna.
Una breve sintesi di tali opere e del loro significato si trova nel libretto "In memoria di Cornelia Fabri" pubblicato a Ravenna nel 1925.
Tale attività di studio fu ben presto interrotta però a causa delle sue non buone condizioni di salute, e così l’ultima sua pubblicazione risale al 1895.
Alla morte dei genitori, dopo profonda riflessione decise di entrare in monastero per farsi monaca di clausura, ma morì pochi giorni prima dell’ingresso.
Come già detto era molto legata a S. Agata, dove risiedeva nel palazzo di famiglia prospiciente piazza Fabri, seguiva personalmente le proprietà di famiglia che erano sterminate. Alla figura di Cornelia è stata dedicata una relazione da parte di Mirca Modoni Georgieu in occasione del 4° Convegno di Studi Storici Santagatesi tenuto a S. Agata qualche anno fa, ed al suo ricordo è dedicata l’attività di un gruppo di volontari del Planetario di Ravenna.
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