Racconti

 

 

 

Perchè S.Agata Feltria - Didier Montironi

La mela e la memoria - Alvaro Masi

Quando la sofferenza indossa i pantaloncini corti - Alvaro Masi

 

 

 

 Perchè S.Agata Feltria

 

Perché Sant'Agata Feltria? Perché tornarci dopo tanti anni con questo falso pretesto di accompagnarla nel suo viaggio? Ecco le domande che attraversano la mente di Desiderio Casadei nel momento in cui si dirige in macchina con la madre, verso Sant'Agata Feltria nel caldo mezzogiorno di primavera. Non risponde niente. Non sa rispondere. Ma perché sapere ? Per un giorno essere capace di rispondere ? Chi sa quando ? O per rimanere incerto per il piacere di dire, perché Sant'Agata Feltria ? Forse non ci sono risposte a tali domande. Infatti, perché Sant'Agata Feltria ?

Capita che le nostre domande si urtino contro il muro invalicabile delle risposte. Questo muro spesso lo costruiamo noi stessi per paura di perdere le nostre più preziose domande, come se ciascuna di lei si trasformasse in disfatta ogni volta che trova la sua risposta. Forse è così per Desiderio Casadei, il quale accanto alla madre percorre le strade sinuose del Montefeltro.

Adesso che sono giunti a Sant'agata Feltria sul calare della notte, forse li ha dimenticati le sue domande, in questo momento magico dove le ombre ingrandiscono con l'oscurità, scivolando impercettibili sulla piazza Giuseppe Garibaldi, dove sta camminando con la madre ?

Si ferma. Alza la testa. Una nuvola nera scivola sopra la Rocca Fregoso. Dà l'impressione di far da sostegno al cielo. Sua madre continua. Si allontana col medesimo passo regolare. È una donna alta, con i capelli ondulati, il viso energico, il corpo leggermente inchinato quando cammina come adesso sulla piazza Giuseppe Garibaldi di Sant'Agata Feltria, dove suo figlio Desiderio Casadei si è appena fermato. Lui svia lo sguardo, la osserva mentre si allontana anche se è sempre attratto dalla nuvola nera. Non ha spesso abbandonato la contemplazione del cielo ma in questo momento l'allontanamento di sua madre dalla piazza s’impone come una chiamata che non può gareggiare con la corsa della nuvola nera sopra la Rocca. Si sente stupito dalla visibilità interiore che riceve dal suo allontanamento, come se ognuno dei suoi passi ritmasse l'impercettibile seppellimento del tempo della sua vita. Questa vita di donna nella quale è contenuta la sua infanzia, quando tutto lo legava a lei. Continua di camminare col busto lievemente chinato come se prima di lasciare questa terra del Montefeltro, volesse respirare una volta ancora quella dei suoi antenati. Desiderio Casadei non sente più il suo passo sul lastricato della piazza Giuseppe Garibaldi, come se la luce incerta del crepuscolo, smorzando la sua immagine man mano che andava avanti, assordasse ciascuno di essi. L'allontanamento assottiglia il profilo muto della madre. La sua ombra scivola sulle scale della chiesa Collegiata e sfiora la soglia dei Palazzi.

Una bella notte stellata. Sì, bella notte, forse stellata quanto quella terribile del 25 settembre 1942 quando Teresa, sua madre moriva a Livry-Gargan all'età di trentadue anni. Lei appena otto anni. L'infanzia interrotta, gonfia di lacrime. La donna che deve diventare velocemente nel dolore. Un fardello così pesante la vita quando scarica la disgrazia a un’ età cosi tenera. Come esserne capaci ad otto anni ? Così fragile allora il corpo e le braccia. L'obbligo di sopravvivere, le forze che crescono in furia, sì, certo. La disgrazia sempre uguale nella sua perseveranza. La madre sempre presente nella mente addolorata. Ha l'impressione che aiuta lei nei suoi gesti cosi confusi. Sì almeno la sua presenza, anche se lei non è più. Angelo, il padre prostrato fino all’estremo. Maddalena ! Maddalena ! Chiama spesso. Ah ! Gli uomini, persi, gli uomini, come sempre. Alcuni anni passano. Oh ! il tempo esatto che ci vuole per smettere la scuola. La guerra tuona. Oltre la disgrazia, l'umiliazione delle origini, gli insulti come se i popoli potessero rispondere del loro dittatore ! Al più presto, lavorare. Angelo lo esige. Come andiamo a finire ? Quindi al lavoro e poco pagato.

Prosegue nel vicolo ripido Pietro Benucci per raggiungere lo zio Vittorio a casa della zia Renata. Ancora alcuni metri e scompare. Desiderio Casadei, si volge, a guardare la facciata rossa del Palazzo Comunale che comprende il teatro Angelo Mariani. Nell’infanzia e nell’adolescenza, quando passava le vacanze estive, quel teatro faceva da cinema. Spesso egli ci andava per vedere delle stupidaggini come “ Anche i cinesi mangiano spaghetti ”, per perfezionare il suo italiano ed anche per dedicarsi al piacere del flirt come quel giorno in cui si dava “ Il dottore Jivago ”, e lui si trovava in compagnia di una bella Santagatese. Poche immagini viste, molti baci focosi, carezze suggestive, il sesso gonfio di desiderio per tutta la proiezione.

Il teatro, oggi di nuovo teatro, e questa piazza –il suo prolungamento a cielo aperto– con questa sera le stelle come “ capo tecnico dell’illuminazione ”.

Bambino, dietro la finestra della zia Maria, guarda lo spettacolo degli uomini che l'attraversano, ci si fermano al ritorno della messa o del mercato. Le ombre nere che sfiorano i loro piedi, in armonia con i loro gesti e atteggiamenti. Il loro viso brillante nella luce meridiana, come i busti di bronzo delle statue antiche sotto i neon dei musei. Un vero spettacolo per il piccolo Desiderio che lo prolunga, fantasticando le loro discussioni che non sente ; storie che facevano ridere ed inquietavano la zia Maria. A Livry-Gargan ciò che si chiama piazza, assomiglia ad alcune botteghe, lungo due marciapiedi ed in mezzo ai quali passa la statale. Impossibile immaginare qualsiasi cosa per il piccolo Desiderio quando ci si rende con la madre per fare la spesa. Nessuno per fermarsi per parlare, scambiare parole o così poco e così velocemente. Questa impressione che danno di volere evitarsi. Per far bene bisognerebbe trasportare quella di Sant'Agata Feltria a Livry-Gargan. Ci pensa il piccolo Desiderio, ma senza dirne niente.

Questa piazza Giuseppe Garibaldi, egli l'ha attraversata molto spesso. Come quel giorno della sua infanzia in cui cammina accanto al padre, dandogli la mano. A forse cinque anni. Questa volta è stato costretto di lasciare quella di sua madre, andata a salutare una zia al convento delle Clarisse.

Giorno di mercato, la piazza affollata. Molto riconoscono Guido il padre, si avvicinano, lo salutano, gli toccano la spalla o la guancia. Amici di gioventù e poi arriva nella conversazione il fatidico Tu t’arcord, Guido ? La risposta del padre: Se, amarcord. Continuano dandosi la mano, suo padre fa dei cenni punteggiati di ciao, sorride, nuovi scambi in questa lingua che gli fa chiedere a sua madre, una sera che lo porta a letto: “ Mamma che lingua parla papa, americano ?” Questa lingua americana in piazza Giuseppe Garibaldi non gli sembra più strana come a casa, a Livry-Gargan. Qui tutti la parlano e la capiscono. Perfino al piccolo Desiderio, sembra familiare poiché capisce tutte le parole del padre. Perché non parlarla a Livry-Gargan, sarebbe molto più semplice ? Ci pensa, ma non dice niente. Gli stringe la mano un po’ più forte. Si sente bene colla mano in quella del padre. Alza la testa. È la prima volta che lo guarda direttamente senza passare attraverso lo sguardo della madre. Lo vede perfettamente coi propri occhi. È sorpreso di vederlo cosi bene. Il suo sguardo insiste. Una scoperta questo padre cogli occhi a mandorle, col sorriso che le gli chiude. Che bel viso emaciato di eterno adolescente. Un vecchio amico lo ferma e gli chiede chi è quel bel fanciul ? L’orgoglio e la felicità del piccolo Desiderio di sentire suo padre rispondere “ Le è mi fiul ”.

Desiderio Casadei alza la testa, la grossa nuvola nera sfilacciata adesso come se avesse attraversato il firmamento. Alcune macchie informi sparpagliate sopra la Rocca Fregoso. Procede via della Scaletta, che prendeva per andare dai nonni, Natalia e Francesco. Prima di giungere, ritrova lo sentiero erboso. Gli era vietato di passarci. Tuttavia le sue erbe alte mischiate ai Saponarie incarnate, così graziosamente cresciute sui loro lunghi gambi. Quel giorno lo scende, curioso dei rumori secchi, metallici che sente, anche dei rantoli e poi il suo desiderio di cogliere dei Saponarie, di farne un mazzo per offrire alla madre. La pendio è ripido, l'erba scivolosa per il temporale della notte. Arriva davanti ad una porta di legno spalancata. Un uomo tira verso di lui con brutalità un bue : l’animale ha il corpo stretto da una pesante catena che l'impedisce di muoversi. Rifuita di andare avanti. L'uomo insiste, da' dei colpi secchi. Ogni zoccolo del mammifero deve porre pezzi di acciaio per venir immobilizzato. Ci siamo quasi. Su ! Su ! L'uomo tira più forte. Ecco fatto, non muoverti più. L'altro che l'aiuta, lo ammazza con un colpo di pistola tra le due corna. L’animale crolla sulle zampe anteriori, rovesciato sul fianco, lascia sfuggire un lungo rantolo. Un flusso di sangue scorre all'altezza delle narici e della mascella. Il rosso si sparge sul suolo. L'odore del sangue dà la nausea. Il piccolo Desiderio distoglie lo sguardo. Impallidisce, si sente mancare. Dà uno sguardo ai Saponarie, no impossibile di coglierli per farne un mazzo per la mamma. Barcolla. Prova a risalire il sentiero. Si china, vomita sull'erba ed sui saponarie. Suo padre, ad alcuni metri, cammina con Natalia, la nonna. Vede Desiderio chinato sul sentiero, accorre, gli scruta il viso, gli pulisce la bocca, lo stringe nelle sue braccia. Verranno dopo alcuni rimproveri per ricordargli la sua disubbidienza. O ! Pieni di dolcezza i rimproveri. Con la mamma sarebbe stato diverso. Risalgono lentamente il sentiero.

Oggi le erbe alte hanno ricoperto la pesante porta di legno, chiusa per sempre. I Saponarie meno numerose, più pallide, un'impressione forse. Come se il loro colore fosse svanito cogli anni. Il tempo avrebbe quella capacità ? Il sorriso di Desiderio Casadei come se fosse d’accordo. Continua fino alla casa dei nonni, via S. Celli, 23. Sopra la porta, la Madonnina nella sua nicchia brilla sempre, illuminata dalla lampadina giallastra. La scala ripida e poi appena salita, sempre veloce quando se lo arrampicava. L'odore del sugo che cuoce pian piano. Rivelazione degli odori. Anche questa porta è chiusa. Di fronte il pollaio diventato garage. Desiderio prosegue. La luna attraversa le nuvole. Si dirige verso il suo albergo, sulle altezze ad alcuni passi della chiesa romana San Girolamo, da dove si domina Sant'Agata Feltria.

Apre la finestra. Piccole luci bianche e gialle macchiano le facciate delle vecchie case, raccolte intorno alla Rocca Fregoso in un cerchio quasi perfetto. Guarda più oltre. Dintorno, il disegno scuro degli Appennini come delle ombre cinesi che si aggiungono alla notte.

Malgrado il fresco, dormirà con la finestra aperta, come lo faceva dai nonni d’estate quando era bambino e adolescente. E come durante quel tempo felice, sarà svegliato dalla luce solare ed il canto stridente delle rondini. Come se Sant'Agata Feltria volesse ricordargli l'evidenza della sua esistenza per lui, e cancellare le domande che gli hanno ingombratto la mente questo pomeriggio, quando se ne avvicinava con la macchina, in compagnia di sua madre.

 

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 La mela e la memoria

 

La fisiologia della memoria costituisce, anche a detta degli esperti, un problema sconcertante.

Dove e come il cervello, con i dieci miliardi di cellule chiamate neuroni da cui è formato, immagazzina i propri ricordi?

La memoria umana non è un processo unitario, ma può essere divisa in due componenti: quella a breve termine che permette di ricordare per un breve percorso nell'ordine di pochi secondi e quella a lungo termine che si protrae nel tempo e raccoglie il maggior numero di informazioni.

Tutto ciò non spiega il motivo per cui l'uomo, raggiunta la terza età, dimentica facilmente parole, nomi, date e particolari anche recenti, mentre paradossalmente, conserva una certa lucidità nel rammentare cifre, nomi e vicende che si riferiscono agli anni della sua infanzia e dell'adolescenza.

Anch'io non mi sono sottratto a questa regola generale e i miei ricordi risalgono addirittura all'età dell'asilo, quando avevo quattro anni.

Frequentai le prime classi elementari in un tetro edificio scolastico, fonte di un sapere antico, dietro al quale spaziava, si fa per dire, una piazzetta angusta che gli scolari avevano battezzata e' gioch.

In essa infatti ci riunivamo alla fine delle lezioni per giocare a palline o per calciare una palla di stracci. Su questa piazzetta si apriva la stalla 'd Julèina, appassionato di cavalli e il più abile maniscalco del paese, e lì accanto la butéga 'd Nufrèin, che martellava con il maglio le verghe d'un cancello o il coltro di un aratro.

Il suono della campana dell'oratorio di Santa Marina ogni mattina annunciava che di lì a poco sarebbero iniziate le lezioni; in compagnia di Gvanèin 'd Maruga, mio inseparabile compagno, attraversavo la piazza e imboccavo la Strada Vecchia.

Proprio al suo inizio, là dove diviene più stretta, appese all'aperto a degli uncini, facevano spicco carcasse di suini e di pecore abilmente dimezzate, che Gennaro il macellaio esponeva al pubblico.

Di fronte alla porta della scuola si apriva una specie di cantina, l'officina del vecchio Palòt, rigurgitante di ferraglie e di arnesi i più vari, nera di fuliggine; Palòt portava un paio di folti baffoni bianchi e, ancorché grave d'anni, forgiava con abilità sull'incudine il ferro al calor bianco.

Attraverso la porta accanto si accedeva all'osteria della Dele, cuoca provetta, che cucinava un irripetibile piatto di trippa alla parmigiana.

Fra i miei insegnanti, insieme con suor Maria, la dolce maestra d'asilo, ricordo la materna maestra della prima classe, l'esile moglie di Ilario, un omone ossessionato da una smisurata pinguedine e utopico ricercatore del moto perpetuo.

Più degli altri rammento il maestro Antonini, un tipetto arzillo, non più giovanissimo, che era solito portare sulle ventitrè un cappellino di feltro marrone e si rigirava fra le mani una sottile canna di bambù con la quale, occasionalmente, colpiva le gambe nude degli scolari più indisciplinati.

Di nome si chiamava Eratostene, come Eratostene di Cirene, vissuto duecento anni prima di Cristo, considerato il massimo geografo dell'antichità, che per primo sostenne la sfericità della terra e ne misurò la circonferenza. Quale responsabilità comportava rinnovare quel nome!

 

Piccolo, fragile e dialettofono

Una mattina di un radioso giorno di primavera, mentre tutta la classe era impegnata, col capo chino sui quaderni, in esercizi di aritmetica, improvvisamente si affacciò sull'uscio il direttore didattico che accompagnava l'ispettore inviato dal provveditorato di Pesaro.

Eratostene, benché colto di sorpresa, con voce chiara e forte lanciò alla scolaresca, china sui quaderni, un secco ordine "In prima!".

Busto eretto, capo rivolto in avanti, distendemmo le braccia sullo scrittoio del banco.

L'ispettore era un uomo dai capelli candidi, alto e asciutto, con lunghi baffi bianchi e un paio oli occhialini pince-nez sul naso lungo e sottile.

Esauriti i convenevoli d'uso, chiese notizie sul nostro comportamento e sul profitto; poi messo al corrente che stavamo eseguendo operazioni di moltiplicazione e divisione, fece interrompere l'esercitazione affermando che ci avrebbe fatto qualche domanda proprio di aritmetica.

"Lei me lo permette, vero, maestro Antonini?".

Eratostene non poté che assentire. Si rivolse quindi a Pistulèin, compagno di cui non ricordo il vero nome, il più piccolo della scolaresca, che quasi spariva appollaiato nel primo banco.

"Vediamo se sai rispondere a questa domanda", cominciò bonariamente.

Pistulèin, se è possibile, si fece ancor più piccino, gli occhi sbarrati, la bocca semiaperta.

"Se hai una mela, continuò l'ispettore, e con un coltello la dividi in mezzo e ne dai una metà al tuo compagno, a te quanta ne rimane?".

Pistulèin abbassò la testa preoccupato e pensoso e, lanciando occhiate a destra e sinistra, come per invocare aiuto, si dette a tormentarsi le dita.

"Allora - incalzò l'ispettore - quanto di quella mela rimane a te?".

Pistuléin sollevò il capo, batté tre o quattro volte le palpebre, poi con un filo di voce rispose: "Una paca".

Eratostene allargò le braccia in segno di sconforto.

Credetti che quel gesto fosse dovuto al fatto che Pistulèin non aveva risposto alla domanda usando il "volgare illustre dell'Alighieri" come ci ripeteva spesso dovessimo fare il maestro, ma si era espresso con una voce tipica della nostra parlata romagnola: "paca" significa infatti, nel caso specifico, un grosso pezzo, una metà.

Dello stesso avviso non fu però l'ispettore che forse non conosceva a fondo il nostro dialetto nei suoi diversi significati lessicali, e contestò l'esattezza della risposta.

In aiuto di Pistulèin intervenne allora il direttore che era di Santarcangelo di Romagna, vivace cittadina che in prosieguo sarebbe diventata l'Arcadia del nostro dialetto.

Fra l'ispettore e il direttore didattico sorse così un animato battibecco che sembrava il litigio fra Geppetto e Mastro Ciliegia, e noi assistevamo divertiti mentre il tempo passava.

La tensione non accennava a diminuire, quando fortunatamente, squillò la campanella per annunciare che erano già le 12 e che le lezioni avevano termine.

Sempre discutendo per far valere le proprie ragioni l'ispettore del provveditorato e il direttore didattico, si avviarono a braccetto verso la trattoria della Savina dove, davanti ad un bel piatto di tagliatelle, avrebbero continuato la loro discussione sull'uso del dialetto, patrimonio parlato ancora ampiamente diffuso fra le genti di Romagna e sulle sue varietà lessicali.

Eratostene, dopo un deferente saluto, infilatosi che ebbe in capo il cappello di feltro marrone, si avviò verso casa rimuginando fra sé il significato dl "paca" che nel nostro dialetto oltreché pezzo, grossa fetta, significa anche percossa data a mano aperta.

L'ispettore del provveditorato di Pesaro, aveva forse ragione? oppure aveva ragione il direttore didattico di Santarcangelo di Romagna? Forse nessuno dei due aveva torto.

(Alvaro Masi)

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 Quando la sofferenza indossa i pantaloncini corti

 

Basta scorrere le pagine dei giornali per rendersi conto come, giorno dopo giorno, vengano riportati episodi di violenze fisiche e morali tese all'annientamento e alla morte dell'uomo; fra queste in particolare quelle legate ai nazionalismi, al razzismo, al diritto del più forte.

I minori sono spesso coinvolti in queste situazioni sia direttamente sia indirettamente come vittime della fame e dell'abbandono.

Anche in paesi cosiddetti civili le categorie più deboli - i bambini, gli anziani, i disabili - in quanto non inserite in maniera proficua in una società che chiede soltanto di essere produttiva, sono spesso vittime di negligenze e di incurie che spiegherò più oltre.

Mi sono formato professionalmente presso la Clinica Pediatrica della Università di Firenze, città che è sempre stata all'avanguardia nello studio della medicina infantile. Su una parete della vecchia aula, dove vengono tuttora tenute le lezioni, sotto il crocefisso, uno scritto in lettere cubitali reca: "Maxima debetur puero reverentia", dove il termine reverentia significa rispetto, amore.

Ad onta della Dichiarazione sui Diritti del Fanciullo (Nazioni Unite 1924) ribadita dall'Assemblea Generale nell'O.N.U. nel 1959, le cronache sono ricche di sempre più frequenti orribili e ripugnanti abusi di cui sono vittime i minori.

Fra gli episodi che sulla fine dell'800 avevano sollecitato l'attenzione del mondo a questo problema ricordo una storia accaduta nel 1874 negli Stati Uniti: Mary Ellen era una bimba di tre anni, nutrita a pane e acqua, battuta e legata a una catena dai genitori adottivi, attratti dai suoi pianti i vicini denunciarono la coppia.

Non esisteva allora una legge che consentisse di sottrarla ai suoi aguzzini e si dovette ricorrere a quella sulla Protezione degli Animali, in considerazione del fatto che l'uomo appartiene al Regno Animale.

Ricordo ancora che nel 1877 il parlamentare italiano sen. Maggiorani illustrò in Parlamento la inumana situazione alla quale erano sottoposti i "carusi", bimbetti sotto i 10 anni costretti a un duro lavoro nelle miniere di zolfo della Sicilia.

Nel 1897 Oscar Wilde su un giornale inglese denunciò la detenzione in carcere di un bambino - i bambini venivano trattati allora con eccessiva severità - e la punizione che era stata inflitta alla guardia carceraria che gli aveva regalato dei biscotti... Infine in Francia nel 1929 fu tenuto un congresso medico-legale nel quale i relatori riferirono di 1786 processi per sevizie e abusi di minori.

Nel secolo XX si è giunti a nuove considerazioni e ad una diversa valutazione dello stato minorile; lo sviluppo delle scienze sociali, lo studio della psicologia hanno messo in rilievo tutta l'importanza dei primi anni di vita sulla evoluzione dell'organismo infantile, un organismo in fase di crescita.

In questo periodo in Italia ha avuto inizio una più attiva presenza dello Stato che è intervenuto anche con il concorso di istituzioni laiche e religiose nella vita della famiglia, in quella della scuola, e dell'attività sportiva esercitando altresì un maggior controllo giuridico dell'autorità parentale sul minore.

Quando la famiglia diventa un lager formato appartamento, recintato dal filo spinato della paura...

Si deve purtroppo convenire, nonostante un grande impegno sia in atto, una situazione a dir poco drammatica sia venuta alla luce in alcuni civilissimi paesi europei e soprattutto asiatici dove bambini e bambine vengono offerti in una specie di incredibile bordello agli insani desideri dei clienti.

Non voglio soffermarmi su questi episodi di immoralità e turpitudine (stupri e violenze carnali), che purtroppo causano nel minore insanabili traumi fisici e ancor più psicologici.

Nemmeno su violenze e severe pene corporali ripetute ed arbitrarie non di rado appannaggio di ambienti socialmente meno evoluti e inclini ad un eccessivo rigorismo, frangenti che nulla hanno a vedere con un salutare sculaccione o uno schiaffo che serva per punire qualche marachella o sdrammatizzare una qualche situazione di conflitto familiare.

Mi sembra invece molto utile di richiamare l'attenzione su altre meno note situazioni assimilabili in certo modo ad atti violenti e definite genericamente col nome di "incurie" sia fisiche che emozionali, che non di rado, non vengono sufficientemente valutate dai familiari e dagli educatori e che possono causare gravi danni nello sviluppo fisico e intellettivo del minore.

Le incurie fisiche sono la carenza di regole igieniche, di cure mediche come ad esempio le vaccinazioni (la medicina scolastica ha in gran parte sopperito a queste deficienze), di adeguamenti dietetici che evolvono con il progredire dell'età, di regolazione dell'attività giornaliera, del gioco, della veglia e del sonno.

Le incurie emozionali sono la mancanza di buone regole educative, di istruzione domestica e civile, il difetto di calore e di affetto in seno alla famiglia; sono la pratica di una sorta di terrorismo psicologico che si avvale, oltreché di oscure minacce punitive anche di una favolistica che insinui timori assurdi come il lupo mannaro, lo stanzino buio; sono anche il diverso trattamento e le più calde attenzioni che certi genitori, magari senza averne coscienza, riservano ad un figlio rispetto all'altro.

Questo insieme di incurie, che sarebbe più proprio definire colpevoli negligenze, possono provocare nel bambino turbamenti soprattutto sul piano psicologico con instabilità emotiva, timidezza, turbe del comportamento che a volte causano ritardi nell'evoluzione mentale e motoria e atteggiamenti anomali che nell'adolescente si possono manifestare con espressioni antisociali e di aggressività.

Molto importanti nel prevenire e curare i danni che l'incuria genericamente intesa può arrecare al minore, è l'opera oltre che dei genitori, quella degli educatori, ed in particolare del medico di casa e del pediatra che di norma sono legati alla famiglia dai vincoli di stima e di rispettosa consuetudine. I maestri delle scuole elementari, gli insegnanti delle medie e delle superiori oltre ad un giudizio sull'apprendimento hanno la possibilità di valutarne l'atteggiamento nei confronti della vita scolastica, dei compagni, dei superiori, della famiglia stessa con cui hanno il dovere di comunicare in periodici colloqui densi di significato.
(Alvaro Masi)

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